Armi italiane senza controlli
il manifesto - 04 Giugno 2003


Via libera definitivo alla riforma della legge 185 sull'esportazione di armamenti, una conquista del movimento pacifista Addio ai controlli e alla trasparenza Contrari Ds, Verdi e Prc. Ma la Margherita si astiene, lo Sdi e Mattarella votano si.

ALESSANDRO MANTOVANI

Addio alla legge 185 del '90, addio ai controlli - sia pure sempre piu blandi - sulle esportazioni di armi dall'Italia. La camera dei deputati ha approvato ieri in via definitiva la modifica la legge 185 del '90 e la ratifica il trattato di Farnborough sulla riorganizzazione dell'industria bellica, sottoscritto nel 2000 dall'Italia (governo D'Alema) insieme a Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna e Svezia. E' la liberalizzazione del commercio delle armi da guerra. Si allarga la platea dei paesi acquirenti (le violazioni dei diritti umani devono d'ora in poi essere "gravi" per far scattare il divieto), si elimina il certificato d'uso finale che serve ad evitare le cosiddette "triangolazioni", si cancella perfino l'obbligo del governo di presentare la relazione annuale sulle esportazioni autorizzate. Se da tempo la polizia della Nigeria, per esempio, spara sugli oppositori con pistole e fucili Beretta, ma almeno qui in Italia lo sappiamo, in futuro non lo sapremo neppure. Non sapremo neppure quali e quanti armi italiane finiranno ai regimi della Cina o dell'Algeria. Non lo sapra neanche il parlamento, che di fatto non potra intervenire contro eventuali autorizzazioni illegali concesse dal governo. E comunque, per fare arrivare armamenti made in Italy a paesi belligeranti o sotto embargo o responsabili di "gravi violazioni dei diritti umani accertate dall'Onu, dall'Ue o dal consiglio d'Europa" (cosi dice la legge), le aziende non dovranno far altro che ricorrere alla "triangolazione", facendo passare il carico per un paese destinatario legittimo della "merce". Con l'abolizione del certificato d'uso finale sara impossibile sanzionarle.

Anche per questo la legge voluta dalle destre va al di la della semplice ratifica del gia discutibile trattato di Farnborough, erodendo nel profondo il sistema di controlli, garanzie e obblighi di trasparenza introdotto con la legge 185/90, che era stata approvata sull'onda delle mbilitazioni pacifiste degli anni ottanta. E anche per questo quasi tutte le opposizioni hanno votato contro. Cosi i Ds, che a Farnborough erano rappresentati dall'allora sottosegretario alla difesa Marco Minniti e ieri, prima di decidere per il no, hanno cercato di ottenere lo stralcio della ratifica del trattato dagli altri articoli della legge. Contro, naturalmente, hanno votato Rifondazione comunista e i Verdi, che in parlamento hanno dato voce alla campagna in difesa della 185 portata avanti in questi anni da Peacelink, rete Lilliput, Missione oggi, Vita e dall'intero arcipelago pacifista, piu o meno radicale e piu o meno cattolico. "Anche la ratifica del trattato era da respingere - ha detto Elettra Deiana, in commissione difesa per il Prc - E' il trattato infatti a stabilire che la licenza globale di progetto consente alle aziende di evitare un sistema di controlli successivi". Si sono invece astenuti i deputati della Margherita, che hanno voluto cosi valorizzare alcuni obblighi di trasparenza delle attivita bancarie introdotti al senato. I socialisti dello Sdi hanno votato a favore insieme alle destre e all'ex ministro della difesa Sergio Mattarella (Margherita). Risultato, la legge e stata approvata con 222 si, 115 no e 20 astenuti.

Ovvia e legittima la soddisfazione delle destre, che hanno fatto all'industria delle armi un regalo senza precedenti dopo anni di lobbying e di pressioni. Per tutti ha parlato Gustavo Selva, che presiede per conto di An la commissione esteri di Montecitorio: "Quando si tratta di un punto cosi qualificante come quello riguardante gli strumenti della sicurezza europea, l'Ulivo si spacca come si e visto". Se l'ultima relazione sull'export italiano di armi, presentata ad aprile dal governo per l'anno 2002, registrava un aumento del 6 per cento in valore rispetto all'anno precedente (v. Luciano Bertozzi sul manifesto del 9 aprile scorso), per un totale di 920 milioni di euro, probabilmente l'anno prossimo il dato sara molto piu alto ma conoscerlo risultera impossibile. Con la nuova normativa, infatti, scompare anche la relazione annuale, che peraltro gia oggi non consente, per ragioni di riservatezza, di conoscere esattamente dove vanno a finire le armi prodotte da ciascun esportatore (i dati forniti riguardano solo il volume d'affari di ciascuna azienda e di ciascun paese destinatario, senza i relativi "incroci"). E la relazione, come i controlli, comunque non riguarda i progetti di armamento realizzati in coproduzione europea (in valore un altro 50 per cento in piu da aggiungere ai 920 milioni di euro), tra i quali rientrano gran parte delle attivita dirette al riarmo dei nuovi membri est-europei della Nato. Da sempre sottratti ai controlli sono del resto gli armamenti piu leggeri.

áLa Casa delle liberta ha approvato definitivamente una legge che ci riporta indietro di 15 anni", ha commentato Piero Ruzzante per i Ds. Alfonso Pecoraro Scanio, spiegando il no dei Verdi, ha chiesto a Berlusconi di far propria la proposta presentata al G8 dal presidente brasiliano Lula, quella di una tassa sul commercio d'armi per finanziare la lotta alla fame nel mondo. Deiana (Prc) ha sottolineato che "i controlli previsti dalla legge 185 hanno gia subito un progressivo logoramento anche per effetto di circolari e regolamenti applicativi dei governi precedenti. Si tratta - ha aggiunto - della connessione tra il mercato delle armi e la difesa europea, ed e una mostruosita giuridica pensare che si possa discutere della difesa dell'Europa a partire dagli interessi dei produttori di armi".

 

COMMENTO
Il mercato migliore
ASTRIT DAKLI

Con bella scelta di tempi il parlamento italiano ha deciso che il giorno giusto per una poderosa deregulation del commercio di armi veniva proprio l'indomani dell'appuntamento di Evian, dove sia tra i "grandi" sia tra gli "anti"si e parlato della necessita di regolamentare di piu , e non di meno, il mercato internazionale delle armi. Invece i nostri deputati hanno pensato bene che la ratifica di un pessimo accordo tra alcuni paesi europei (non una disposizione Ue, ma un accordo tra singoli governi) per aumentare la propria quota collettiva nel mercato internazionale degli armamenti fosse l'occasione buona per affossare le piu stringenti e positive norme previste in materia dalla legge italiana. Gli appelli di una lunghissima serie di organizzazioni della societa civile - compresa la Cgil, che pure si e trovata nella difficolta di tener presente anche gli interessi dei lavoratori della nostra fiorente industria delle armi - sono dunque rimasti del tutto inascoltati. Non solo i deputati della maggioranza di centrodestra hanno votato compatti a favore della deregulation (il che e politicamente coerente, anche se eticamente orribile), ma come al solito anche l'opposizione di centrosinistra ha trovato l'opportunita di dividersi, con astensioni, distinguo e tutti gli altri strumenti usualmente adottati per scomparire. Il risultato e il peggiore possibile.

E si che tutto sommato la legge 185 non aveva finora affatto azzoppato la nostra industria delle armi: al contrario, nei tredici anni in cui e stata in vigore, ha consentito un maggiore controllo sulla destinazione e l'uso finale delle armi che le aziende italiane hanno prodotto e venduto all'estero, senza con questo mandarle in malora. Ma evidentemente questo non bastava. Il nuovo clima internazionale dopo l'11 settembre e dopo la guerra americana in Iraq ha reso ancor piu ánormaleâ per tutti i governi del mondo l'ipotesi della guerra; e ha dunque reso molto piu ricettivo e affascinante per i produttori il mercato degli armamenti. Era chiaro che anche a casa nostra la lobby dei produttori e dei mercanti avrebbe cercato in tutti i modi di inserirsi in questo meraviglioso trend positivo mondiale. La sinistra, noi compresi, non ha fatto abbastanza per impedirlo.

Altri governi hanno deciso di puntare su questo mercato in maniera pesantissima (inutile citare le cifre galattiche stanziate da George W. Bush per le spese militari), facendone in alcuni casi il proprio terreno favorito per la ricerca dello sviluppo economico: la Russia di Vladimir Putin, per esempio. L'Italia avrebbe potuto dare un esempio diverso, restando ancorata a un qualche principio etico in materia di commercio internazionale: non ci ha nemmeno pensato un momento. I nostri buoni e affezionati clienti - paesi come il Pakistan, la Siria, l'Arabia saudita; ma l'elenco e lunghissimo - non possono certo essere lasciati senza le nostre armi; e i paesi che non le hanno avute finora, come quelli africani dilaniati dalle guerre civili, sarebbe ora che le avessero.


SCHEDA
Spagna miglior cliente
Le armi italiane anche verso gli "stati canaglia"

Cresce il portafoglio ordini della nostra industria bellica. Nel 2002 il valore dei contratti per l'export di armi e stato di 920 milioni di euro, con un aumento del 6,6% rispetto al 2001. Lo attesta la relazione trasmessa al Parlamento dalla presidenza del Consiglio dei ministri. In cima alla lista dei nostri clienti, per quanto riguarda i nuovi contratti, troviamo la Spagna, con 46 commesse del valore di oltre 246 milioni di euro, pari al 27% dell'export totale. Al secondo posto si piazza il Kuwait (10 autorizzazioni di 83 milioni di euro, destinati in gran parte alla costruzione di una centrale di tiro). Seguono piu distanziati Francia (19 autorizzazioni per 66 milioni), Repubblica Ceca (2 autorizzazioni per 49 milioni), Singapore (26 autorizzazioni per 46 milioni), India (30 autorizzazioni per 37,5 milioni), Usa (56 autorizzazioni per 36 milioni), Germania (33 autorizzazioni per 30 milioni), Arabia Saudita (8 autorizzazioni per 29 milioni) e Malaysia (24 autorizzazioni per 27 milioni). Un forte regresso rispetto al 2001 si registra invece relativamente all'America Latina, con licenze approvate per "soli" 41 milioni di euro. Importi piu modesti per l'export di armi in Cina (23 milioni), Turchia (20), Algeria (18), Grecia (16), Polonia (15), Siria (12). Al quartultimo posto Israele. Il valore delle armi consegnate nel 2002 (cioe effettivamente uscite dal nostro paese in seguito a commesse precedenti) ammonta a 487 milioni di euro. In quest'altra classifica, da segnalare il primato della Malaysia con 42 milioni di euro, seguita da Corea del Sud (40), Dubai (37), Usa (30) Regno Unito (27), Turchia e Siria (19), Pakistan (17), Algeria (15), Cina (10). Durante il 2002 sono state poi rilasciate 212 autorizzazioni per l'esportazione di beni "duplice uso", ossia di prodotti inseriti in una lista particolare, che possono essere oggetto di uso civile e militare e per i quali esiste il rischio di impiego nella fabbricazione di armi nucleari, chimiche o batteriologiche.

Per quanto riguarda le importazioni, il principale fornitore di materiale bellico dell'Italia sono gli Usa (con commesse autorizzate pari a 15,1 milioni di euro) seguiti dalla Germania (11,2 milioni).

SCHEDA
Che guerra Fiat
Le maggiori aziende esportatrici
La classifica delle aziende italiane esportatrici di armi, formulata sul valore delle commesse autorizzate, e guidata dal consorzio Fiat Iveco-Oto Melara, con ordinativi per 220 milioni di euro, relativi soprattutto alla vendita alla Spagna di 61 autoblindo. Seguono la Oerlikon-Contraves (104,4 milioni, con una crescita di sette volte del fatturato rispetto al 2001), la Oto Melara (92,5 milioni), la Meteor Costruzioni Aeronautiche ed Elettroniche (64,9 milioni), la Galileo Avionica (60,8 milioni - l'azienda si e segnalata per la vendita di sofisticati sistemi di puntamento per carri armato alla Siria, uno dei paesi dell'"Asse del male"), la Alenia Marconi Systems (41,9 milioni) la Whitehead Alenia Sistemi Subaquei (39,1 milioni), Fiat Iveco (34,7 milioni), Fiar (33,3 milioni), Fiat Avio (25,4 milioni). Tra le aziende esportatrici di armi c'e anche Finmeccanica, societa in cui lo Stato e azionista di riferimento. Quanto alle autorizzazioni bancarie al traffico di armi, nel 2002 ne sono state rilasciate 675 (+15,6% rispetto al 2001), per complessivi 774,7 milioni di euro (+18% rispetto al 2001). Tra gli istituti di credito interessati svetta il Banco Bilbao Vizcaya (al primo posto con il 29,4% delle transazioni complessive autorizzate), seguito da numerose banche italiane, tra cui la Bnl (18,7%) la Banca di Roma (13,4%), il San Paolo-Imi (11%), Intesa Bci (7,4%) Credito Italiano e Unicredit (6,8% ciascuno).

©il manifesto 4 Giugno 2003